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sabato 8 novembre 2014

House of Cards, il limite è politica

Matteo Renzi non ha mai nascosto il suo interesse per la serie televisiva House of Cards, consigliando anzi il suo staff di prenderlo come un modello, un manuale d'istruzioni. Al che gli ha risposto direttamente Michael Dobbs, l'autore del romanzo, o almeno così dice d'aver fatto. Ha detto d'aver mandato una nota al nostro Presidente del Consiglio, qualcosa del tipo "Pierino, torna a letto, questa è roba per grandi"  "ma io sono grande!!" "non abbastanza da capire cosa sia finzione e cosa no"

Insomma, la voglia di dire al mondo quanto ci capisca di politica Matteo è stata beffata due volte. Una volta quando quel mondo non aveva voglia di sentire un ragazzino che voleva giocare a fare lo statista e un'altra volta quando un politico di professione come lo stesso Dobbs non sembrava capace di stare al gioco del ragazzino rispondendogli in maniera decisamente troppo adulta. Proprio lui che di giochi e finzione dovrebbe intendersene.  

"Ma il protagonista Frank Underwood è molto cinico, io non sono così" ha detto Renzi. "Credo piuttosto che il potere sia la capacità di caricarsi delle responsabilità degli altri.

Ed è qui che ho capito quanto Renzi avesse compreso poco o niente del telefilm, più o meno come Obama quando ha affermato di volere un Frank Underwood nella sua squadra di governo, perché "...sarebbe bello vedere approvate le cose così in fretta!"

Insomma, dire di prendere a modello House of Cards ci può stare, è politica e Renzi è un politico, o almeno vorrebbe esserlo. Ma far intendere poi che non si è capito nulla del romanzo, è come affermare che non si è capito nulla di politica.

Eppure Kevin Spacey nelle sue fluide interruzioni alla scena, rivolgendosi direttamente allo spettatore, deve averlo fatto capire più di una volta cosa sia il potere. Nella penultima puntata della seconda stagione dice anche chiaramente cosa sia questa politica, per chi magari come il nostro Presidente del Consiglio fosse rimasto indietro.

"E' il limite." Fa Spacey. Il limite oltre il quale ci si ritrova nel tradimento e prima del quale non succede niente di niente. Una sottile quanto invisibile linea che solo pochi conoscono e osano avvicinare per ottenere il loro scopo. E lo scopo, Frank Underwood è abituato a ottenerlo, con pazienza ed esperienza, proprio come ricorda metaforicamente quando  il deputato della California Jackie Sharp si appoggia involontariamente al suo modello della guerra di secessione. 

"Oh fa attenzione!" Dice Frank accanto alla sua onnipresente moglie. "E' molto delicato."
"Che cos'è?" Chiede il deputato Sharp.
"Una cosa su cui sto lavorando da molto tempo."

E sappiamo tutti su cosa stia lavorando Frank con la complicità del suo assistente Stamper e della moglie Claire.

"Ed è quasi finito...." In un dialogo che raggiunge il massimo apice della metafora.



House of Cards ha dei colpi di scena plateali, non molti per la verità, ed altri invece più frequenti, ma su argomenti prettamente politici. A Dobbs gli si deve dar atto di aver creato dialoghi per nulla scontati e una serie infinita di piccoli e grandi ricatti, contropiedi e doppi giochi che hanno avuto il merito di tenere in piedi la serie rendendola verosimile. C'è da dire però che in alcune puntate si va troppo per le lunghe con tecnicismi che nello spettatore non avvezzo possono risultare inutili e ridondanti per la storia. Ecco infatti che la seconda stagione comincia col massimo colpo di scena per poi sonnecchiare almeno cinque o sei puntate. Giusto in tempo per mettere in campo un'altra giornalista e far svegliare lo spettatore con un bel punto della situazione. 

E c'è del buon giornalismo nella serie, soprattutto nella prima stagione e nel finale della seconda. Forse frettoloso e poco probabile quando Zoe Barnes scrive i suoi pezzi in due minuti scarsi dal cellulare e camminando. Ma concediamo agli autori il messaggio; l'editoria è cambiata e sta cambiando. L'informazione è altro e le redazioni come quelle dello Slugline somigliano sempre più agli uffici di Google. Non per nulla Zoe Barnes è stata licenziata dal vecchio e classico giornale americano trovando posto nella nuova redazione dello Slugline.



House of Cards è la tela che tesse giorno dopo giorno uno Spacey sempre più simile a Gene Hackman, col solo fine di raggiungere il massimo del potere. Frank Underwood ha infatti subito il torto di non essere stato nominato Segretario di Stato come avevano pianificato con lo staff del Presidente Walker e lo stesso Walker glielo manda a dire tramite il suo capo di gabinetto. 

Errore imperdonabile.

E dopo una notte intera passata alla finestra del suo lussuoso appartamento fumando sigarette, Frank torna a lavoro col "sorriso" tra i denti e con un piano ambizioso da portare a termine. E' lui il capo e se la carta non lo dice ancora, lo sarà presto.

Apprezzabili infine anche i tanti piccoli dettagli, come quello della finestra di casa Underwood che da sul muro della casa di fronte, giusto a dire quanto Frank e sua moglie avessero poco interesse per le cose materiali quanto piuttosto per il potere. 

"Ci sono quelli che accumulano soldi e quelli che accumulano potere"

E per avere potere bisogna camminare sul limite, il limite di cosa poi, è soltanto un dettaglio.


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