domenica 27 agosto 2017

Il mio amico Banjo

Corsetta mattutina, ancora poca gente in giro. I pappagalli della mia zona fanno provviste come al solito. O forse hanno preso sul serio quello che si dice in giro sull'Inverno. Forse sta arrivando davvero. Raggiungo via Boccea. La ASL aperta, il fruttarolo pure. Prendo la prima a destra e comincia lo stuolo di appartamenti con serrande abbassate. Un paio di ragazzi africani spazza rassegnato gli aghi di pino per qualche obolo che darà poi ai suoi schiavisti. Magari tra qualche ora passerà la nettezza urbana con la sua pulizia annuale delle strade. Puliranno il già pulito dal ragazzo sudanese, tanto ormai non si fanno più le cose per farle ma per dimostrare a qualcuno che non c'è motivo di licenziarlo. Proseguo lungo la discesa superando due eleganti vecchiette che parlano di alimenti surgelati uscendo dal portone di casa. Probabilmente stanno andando a messa. Una ha il marito l'altra no. Una il bastone l'altra le fa da appoggio. Subito dopo raggiungo un vecchietto che sta armeggiando il motore della sua auto. E' sua perché è una vecchia Punto, pulita, senza graffi, col paraurti di plastica intonso e la targa vecchia. Sarà andato a lavarla perché era la sua routine quando non era in pensione e l'acqua gli avrà creato problemi al carburatore. Probabilmente non riuscirà a ripararla e dovrà andare a prendere i pasticcini della Domenica a piedi. Almeno avrà qualcosa da raccontare alla moglie e al meccanico. Raggiungo la farmacia dove un'amabile vecchina con cappellino ribaltabile toglie il guinzaglio al suo chihuahua "Aspetta che ti slaccio così fai tutti i tuoi bisogni.."



Cambio marciapiede per cercare un pò d'ombra e mi trovo davanti moglie e marito ottantenni. Lui in canotta (rigorosamente bianca), lei lo sorregge aiutandosi con un bastone. Anche loro stanno andando a messa e probabilmente si sederanno accanto alle signore dei surgelati, misurando chi dei quattro stia messo peggio e raccontandosi gli ultimi acciacchi prima che il prete cominci l'omelia. Saluto con un buongiorno e ricambiano entrambi, lei con un buongiorno pieno e sicuro. Dietro di loro una coppia sui 45 con cocker al seguito. Lui sguardo basso, serio. Non guarda il cane, non guarda il marciapiede, forse non guarda nulla. Lei dietro. Saluto anche loro, ma non ricevo risposta. Poi un altro chilometro senza incontrare nessuno, rallento prendo fiato e spingo su per la salita. Faccio ancora un paio chilometri e mi fermo per il defaticamento. In lontananza sento il suono di un banjo. Anche i pappagalli lo sentono e non sembrano più in fermento. Il banjo puoi anche non saperlo suonare, ma tutti ti ascolteranno lo stesso. Guardo attraverso la radura in direzione del suono e intravedo un ragazzo in balcone che suona tranquillo il suo banjo. Anche questa fottuta calda estate sembra fermarsi per ascoltarlo. Poi il ragazzino comincia a cantare. Ma non è una canzone che ha sentito, né una che ha scritto. E' soltanto la gioia di avere qualcosa da fare. Si fossero conosciuti a inizio estate lui e il suo banjo, l'estate non sarebbe stata così calda, senza scuola né amici né mare. Da quel balcone avrebbe visto navi, turisti e tutti avrebbero chiesto di lui.

Le note del banjo suonavano nell'aria e il tutto era malinconico meno, ne sono certo, che per il ragazzino. Per lui la solitudine è soltanto un ricordo. Quel banjo adesso è la sua libertà.