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giovedì 12 marzo 2015

Sara Lautizi, la tela siamo noi

Qualunque artista degno di questo nome, presto o tardi è dovuto scendere nel suo io più profondo per poter comprendere le differenze tra Essere e non Essere col solo fine di avvicinarsi il più possibile a quella tanto anelata perfezione scevra di attributi. E se molti artisti continuano la loro arte incuranti di questi processi, ce ne sono altri la cui conoscenza dell'Essere è un fattore imprescindibile sin dai primi passi nel mondo dell'arte. Ma come si fa a rappresentare quest'impossibile, questa inarrivabile assolutezza con strumenti come i pennelli e i colori?

Me lo sono fatto spiegare da Sara Lautizi, giovane promessa della pittura italiana, ma soprattutto profonda osservatrice di sé. Volente o nolente, conoscersi e studiarsi significa per lei essere in grado o meno di dipingere. 


Sara Lautizi
"Per me il quadro più difficile è quello che dovrò fare dopo un periodo di lunghissimo stop. Se mi fermo è perchè non mi amo più...e dipingere è amarmi. In linea più generale il quadro più complicato è quello che cerco di fare con dei presupposti, mentre quello più facile è quello dove prendo il primo supporto che mi capita e inizio a farlo, con la testa altrove. Magari dipingo in camera da letto e con la mente sono in cucina che penso a cosa mangerò o a cosa farò per guadagnare soldi o soltanto per essere felice... e poi PUFF, sono di nuovo lì, di fronte a un'opera della quale non ricordo i passaggi e... mi piace! Mi piace e non devo aggiungere nulla."

Sara ha venticinque anni e per vivere alterna i suoi guadagni con lavori occasionali. Fa la barista per qualche giorno alla settimana e la donna delle pulizie per il resto del tempo. 

"Sì e la cosa curiosa è che non appena mi manca il lavoro, è proprio il momento in cui riesco a vendere quadri, senza che io faccia nulla. Con quei soldi cerco di vivere in modo dignitoso ma non mi sento mai leggera mentalmente perché ho sempre l'ansia di qualche spesa improvvisa."

"Sedia del miracolo" - olio su carta, 150x80cm (2012) collezione privata
"E quanto incide sulla tua spesa il costo del materiale?"

"La pittura è costosa, i colori sono molto cari. Cerco di comprare i pigmenti per combinarli tra loro e le tele me le costruisco io. Quella a rotoli costa meno."

"Qual'è il quadro che ti ha fruttato di più?"



"Non è un quadro, ma la colonna di un'appartamento. Era alta più di due metri e larga un metro circa. Ho rappresentato l'energia femminile e quella maschile. Sembrava un amplesso."

"E quanto sei riuscita a fare?"

"Novecento euro."

"Quello che ti ha fruttato di meno invece?"

"Trentacinque euro per un pastello e acrilico su tela formato A4. Sono una serie di personaggi che fanno cose."

"Ma quanti quadri riesci a fare mediamente, diciamo in un mese?"

"Non saprei... e ovviamente non c'è un numero fisso, alcuni mesi zero, altri dieci."


 

Ascoltandola, la presenza del e del non  è molto evidente ed è lei stessa a farci capire quali sono i momenti in cui l'ego lascia il posto a qualcosa di più alto.

"Per me la pittura è un prolungamento del mio essere. Dove non arrivano il corpo e la mente, c'è la lei che riesce a farlo. Quando non dipingo sto molto male, sono squilibrata con il cibo, ho la mente che inizia ad essere ossessiva, non sono né felice né soddisfatta. Quindi immagino che sia qualcosa di più grande che dev'esser fatto attraverso me, perchè non sono io che decido le intuizioni, le ispirazioni. Poi succede che guardo le sfumature che ho fatto o le idee che mi sono venute e mi stupisco d'essere stata io a farle!"


"Essere fuori dagli schemi" - olio su tela, 114x80cm
Mentre Sara mi offre un caffé le chiedo quali siano stati i suoi studi, le sue influenze artistiche e mi dice d'aver frequentato il corso di restauro dei beni culturali

"Poi da lì mi sono resa conto che avevo un certo rapporto con la pittura, un rapporto oserei dire fraterno. In verità avevo già intuito qualcosa in terza media con una sfida tra me e una compagna di classe. Avevamo deciso di fare il Bacco di Caravaggio e finito il disegno mi sono quasi scioccata del risultato. Credo che prima di quel giorno non sapessi nemmeno di saper disegnare. E così ho fatto l'Accademia delle Belle Arti, ma ho scelto decorazione invece che pittura. Nella mia totale stoltezza pensavo che dipingendo non avrei mai trovato lavoro..."

"Il tuo stile è molto vicino al cubismo, per certi versi è anche surrealista. C'è qualche pittore al quale t'ispiri?"

"Mi hanno influenzato in tanti. Penso a Renoir, Picasso, Van Gogh, a Frida o a Goya. Ma alla fine ho visto che sono più tendente a una pittura impulsiva e materica, il mio carattere è  cosi, non sono paziente nella vita e quindi non sono paziente nemmeno nella pittura. Figuriamoci se ho la capacità di seguire una corrente. Istinto è la parola che mi accompagna."

"Mamma" - olio su legno (2014) collezione privata
Nel tempo che ho passato con lei mi è parsa un'abile osservatrice, ma non di quell'osservazione formale, esteriore, quanto piuttosto una veterana di terre vicine ma a noi sconosciute, una conoscitrice di quei territori che passano attraverso il riconoscimento di sé nel mondo e viceversa. E si conosce abbastanza da non prendersi mai troppo sul serio anzi, il più delle volte non è nemmeno soddisfatta per accettarsi. Di conseguenza non accetterà mai il quadro.

"Mi raffiguro sempre nei miei quadri, sempre. Mi raffiguro perchè conosco solo me! Sono forse un'egocentrica per questo? ahahah no no, tutto l'opposto. Non accetto di non capire i miei processi mentali, forse perché per me la mente è scontata, è ripetitiva e quando interviene troppo finisce sempre con lo stremare il corpo. Ma quello che davvero mi chiedo è come posso raffigurare l'altro? E tutto quello che osservo nell'altro poi lo vivo e lo trasferisco nel quadro."


"In accettazione" - olio su tela (2013) 96x75cm

Prima di iniziare a dipingere Sara si mette di fronte alla tela. Prende del tabacco e si fa una sigaretta. Poi inizia a tremare, sente l'ansia salire ed è come se la tela la stesse mettendo alla prova. I suoi occhi cominciano a fissarla e la sua mente è già altrove, come in una sorta di transfert.

"Vedo il disegno, vedo la sagoma formarsi sulla tela. Il più delle volte non mi resta che ricalcare quelle sagome. Altre volte i processi sono più complicati, le sensazioni diverse. Alterno stati di soddisfazione a insicurezze varie, passo dall'odio alla gratitudine. Alla fine un quadro è un vero e proprio parto, nel senso che molto di quello che avevo dentro l'ho messo su tela."

Le chiedo se questo suo parallelismo tra arte e studio di sé sia sempre stato così come lo vive adesso.

"Guarda, mi ricordo che da piccola un maestro prese un cartoncino colorato e ci chiese di che colore fosse. Tutti noi bambini rispondemmo verde! ma lui... - sì, ma com'è fatto il verde? - e di nuovo noi tutti... mmmm verde maestro verde!! Ecco, posso dire che lì ci fu un fulmine che mi attraversò il cervello, gli occhi, il cuore, le mani...wow...la realtà non è oggettiva! Io ti posso dire che questa è una linea ------------- e tu chiamerai linea quello che per i tuoi occhi invece è cosi ............. possiamo vedere la stessa cosa in modo diverso e nessuno saprà mai come la vede l'altro!"

"E' forse l'oggettività che cerchi?"
Sara Lautizi

"Se la cerco, la cerco in me. Non credo che l'opera sia nascosta dietro la tela, c'è un percorso dentro di noi che non mettiamo subito a fuoco, la tela siamo noi. Questo percorso lo vediamo quand'è finita e magari può essere che rappresenti un episodio risalente a due anni prima e che ha attraversato tutto questo tempo per maturare."

"Qualcosa di onirico" - olio su tela (2014) 114x80cm















Come tanti altri artisti Sara ritiene che l'anima di ognuno debba potersi esprimere, realizzarsi e fluire nell'equilibrio naturale della vita. Già la medicina cinese studiava centinaia d'anni fa questi processi e da molto meno lo fanno i medici nostrani. Quando c'è una malattia c'è un'oppressione, un nodo non risolto nella vita della persona. E per Sara la pittura rappresenta il suo personale canale di espressione per riallineare anima, mente e corpo. 

"Una volta che senti di essere in equilibrio, il fluire della loro energia non può che indurre ottime ispirazioni. Ma se te ti metti a dipingere perchè lo devi fare è come se ti confessassi per andare in Paradiso, non funziona così.... l'arte può davvero aiutare a guarire e a liberarci di molte delle nostre paure. Dove c'è arte c'è salute."



"Per quanto riguarda le opportunità di carriera nel tuo campo, trovi che in Italia siano le stesse di quelle che potresti trovare all’estero?"

"Di certo non posso dire se sia meglio stare all'estero o in Italia, parlerei con parole non vissute. Penso però che se vuoi dipingere professionalmente e trovi dei limiti nel vivere di pittura, allora c'è qualcosa che non va. Tutto è possibile, ma se sei il primo a porti un freno, stai pur sicuro che diventerà impossibile farlo. Certo l'Italia non sembra voler aiutare l'arte ma dipende cosa vuoi tu dalla tua pittura. Forse a me non interessa molto esporre nelle più prestigiose gallerie o avere delle critiche da persone conosciute. Per lo meno, ora sono focalizzata nel riuscire a esprimermi nel modo più puro possibile. Vorrei saper dipingere come quando lo faccio nei sogni, senza paura, senza domande, con colori nuovi e che non esistono ancora. Se alla mente chiedi - riesci a immaginare un colore nuovo? - vedrai subito che va in tilt...ma nei sogni si può e se si può nei sogni, lo si può fare anche in questa realtà. Alla fine tutte e due le dimensioni sono facce della stessa medaglia... ti ripeto, tutto è possibile. Ma tornando alla domanda, mi immagino di più all'estero per via della mia pittura. L'Italia non è sofisticata ed è rimasta ancorata in una visione classica della bellezza, mentre io amo l'arte in tutte le sue sfumature, per me è l'ultimo scalino dell'infinito e ognuno di noi ha il suo modo per manifestarla."

"E come ti vedi da qui a vent'anni?"

"Pausa" - olio su tela (2011) 35x50cm, collezione privata


mercoledì 26 novembre 2014

Il computer che impara a fare il critico d'arte

Essere un genio è quasi sempre significato non essere capiti. Colui che osserva un'opera d'arte o che legge un libro di successo rimane basito per un tempo necessario a comprendere che sì, quest'artista è diverso, questo quadro o questo libro mi stanno dicendo cose interessanti. Magari stanno parlando di me.

E con tutta probabilità ci vorrà del tempo per assimilare il vero significato dell'opera, perché non si dispone ancora delle conoscenze e delle esperienze necessarie a riconoscere come vero quanto ci sta di fronte, sia questo un dipinto quanto piuttosto un libro. Ad un livello ancora superficiale, l'opera del genio giunge all'uomo e da una parte di questo è certamente riconosciuta, ma a livello più profondo mancano ancora quelle associazioni necessarie a comprendere ciò che il genio ha visto e che ci vuole raccontare. E ciò che manca all'uomo per riconoscere un autore o una corrente artistica, è oggi oggetto di studio da parte dei ricercatori.

"Così, mentre ero in questo museo, ho pensato che sarebbe stato bello poter istruire un computer a riconoscere il nome di un pittore soltanto da un suo quadro, ma non un quadro conosciuto, bensì un quadro inedito o comunque sconosciuto al computer."

A parlare è il Dr.Ahmed Elgammal, professore associato nel Dipartimento di Computer Science alla Rutgers University del New Jersey.

"Parliamo di vero e proprio apprendimento delle macchine, machine learning, il nostro algoritmo istruisce il computer a riconoscere le opere d'arte. Più esattamente, lo scopo della nostra ricerca è stato quello di istruire la macchina a capire le influenze artistiche tra un autore e l'altro nel campo della pittura."

a sinistra Frederic Bazille - Bazille's Studio, 1870
a destra Norman Rockwell - Shuffleton's Barber Shop, 1950

Il team del prof.Elgammal ha lavorato per tre anni a questo progetto. Siamo nel campo della Computer Vision, parliamo dunque di algoritmi in grado di riconoscere oggetti, volti e persone nelle immagini, esattamente come avviene per le macchine fotografiche di oggi o sui software di Google e Facebook nella fase di caricamento di una foto.

Dice il prof.Elgammal che un quadro può essere rappresentato in genere da sette elementi; spazio, forma, sagoma, colore, tonalità, linee e struttura. All'inizio della loro ricerca però si sono accorti che questi parametri non erano sufficienti, così hanno dovuto introdurne altri come il riconoscimento del movimento, dell'unità, del contrasto e della proporzione. In aggiunta hanno considerato anche l'argomento stesso del quadro, gli oggetti rappresentati, il tipo di pennellate e il materiale. Per finire, il contesto storico.

"Attualmente esistono alcuni database di quadri nel mondo, altri ancora sono invece dei progetti condivisi e in continua crescita. La catalogazione è possibile in questo senso, qualora ciascuno di noi contribuisca ad arricchire il database. Ma fare in modo che questo lavoro venga svolto da una macchina rende le cose più interessanti. E' interessante perché la macchina non solo può riconoscere lo stile di un pittore, ma può riconoscere anche i pittori passati che lo hanno influenzato, prerogativa esclusiva di un critico d'arte. Capisci però che i dettagli di un quadro possono essere davvero tanti e possono sfuggire persino a uno studioso di storia dell'arte."

Ho chiesto al professore di parlarci a grandi linee di come il suo team fosse arrivato all'algoritmo.

"All'inizio del nostro studio abbiamo dovuto capire quale fosse la migliore rappresentazione matematica di un quadro per stabilirne le influenze artistiche. Poi, abbiamo preso in considerazione sia la somiglianza tra i quadri che quella tra gli artisti. Questi tre elementi sono stati applicati al nostro personale dataset di 1710 dipinti ad alta risoluzione. Parliamo di opere che vanno dal 1412 al 1996 rappresentando 13 stili diversi di 66 artisti. Nel nostro dataset abbiamo una media di 132 quadri per stile e passiamo da un massimo di 140 opere di Paul Cézanne, fino ad autori con un'opera sola come Hans Hoffmann."







Gli stili che il team del professore ha preso in esame sono l'espressionismo, l'impressionismo, il rinascimento (336 quadri), il periodo del romanticismo, il cubismo, il barocco, il surrealismo, il post impressionismo, il modernismo americano (23 quadri), il simbolismo, la pop art, il neoclassicismo e l'arte astratta.



sopra Joan Mirò La fattoria, 1922

stessi scenari, stessi oggetti, ma stili diversi
Mirò risulta sia stato influenzato da Van Gogh


"Quello che abbiamo dovuto fare - continua il professore - è stato innanzitutto capire cosa altri scienziati avessero prodotto in merito a una simile questione. Ci siamo basati sulle ricerche di Thomas Lombardi per il riconoscimento di un pittore dai diversi tipi di pennellate. Abbiamo studiato il modello Bag of Words usato per esempio da Maria Khan per capire di chi fosse un quadro su una scelta possibile di otto pittori. Gli studi di Gustavo Carneiro poi ci sono stati d'aiuto per comprendere quale fosse il modo migliore per identificare le somiglianze tra due quadri. Insomma, la Computer Vision sta facendo tanto e da tanto tempo, ma quello a cui noi abbiamo puntato in questi tre anni non è stato affrontato da nessuno. Scoprire quale artista abbia influenzato un determinato pittore caricando l'immagine di un quadro nel computer, era ed è scienza di frontiera nel campo dell'Intelligenza Artificiale."

"E immagino che questo possa tramutarsi anche in un business."

"Sì, in effetti siamo stati già contattati da un paio di società, ma è stata più che altro una chiacchierata sul modello in sé. Non escludo però che in futuro possano uscire delle applicazioni in quest'ambito che usino il nostro algoritmo. Pensiamo già a quelle esistenti su smartphone per il riconoscimento di opere utilizzate all'interno dei musei o di oggetti, come fa ad esempio l'applicazione Google Goggles. Forse le nostre applicazioni saranno in grado di raccontare chi siano i maggiori contributori del pittore che si ha davanti."

"E che risultati avete ottenuto?"

"Che Donatello ad esempio, è stato influenzato da Mantegna e dal fiammingo Van Eyck. Ma è vero pure che Mantegna sia stato a sua volta influenzato da Donatello. Caravaggio invece da Rubens, da Raffaello e da Leonardo. Poi è uscito che Warhol avesse alcune influenze di Degas Rubens di Velasquez. Sempre il vostro Mantegna sembra aver influenzato anche Munch e Klimt. Tutti questi risultati sono venuti fuori grazie al livello di astrazione semantica del nostro modello. Il metodo infatti che ci dava i risultati più affidabili è chiamato "classeme". E' un modello che codifica i quadri prendendo in considerazione campi semantici imparati dalle immagini su internet.

Bag of Words model in computer vision


"Una volta prodotto il nostro personale e unico vettore che rappresentasse ogni singolo quadro, abbiamo applicato Euclide per trovare le somiglianze tra un dipinto e l'altro.  A questo punto l'accuratezza dei risultati è stata soddisfacente. Abbiamo prodotto una serie di grafici raggruppando gli artisti che più si sono influenzati tra loro. La concentrazione di più pittori in un'area rappresenta un movimento, una corrente, con dei maestri a guida di altri artisti."

mappa degli artisti


"Prof.Elgammal, considerando lo stato attuale della ricerca, lei crede sia possibile che questi algoritmi arrivino a dirci se in una persona ci sia del genio o se un bambino sarà un genio in un determinato campo che magari non conosce ancora?"

"Questa è un'ottima domanda." Il professore ci pensa un pò su. "Devo dire che sarebbe un campo di ricerca molto interessante, ma non è così facile dare una risposta. Certamente se parliamo della genialità in un campo specifico le possibilità aumentano. Ad un livello più generico forse proverei a lavorare sull'immagine stessa del cervello."

Concludo la mia intervista con il Dr.Elgammal chiedendogli se dipinga o se abbia una qualche passione in campo artistico.

"Beh, se avessi del tempo per farlo, mi piacerebbe disegnare sì. Ma mi consolo del fatto che questi studi vanno a incontrare quella cultura umanistica che negli anni '80 volevo approfondire. Sono nato ad Alessandria d'Egitto e da giovane volevo fare l'archeologo. Poi, poco prima di iscrivermi all'Università, ho scoperto i calcolatori e ho cominciato a programmare. E' nata così una passione e quella passione sta trovando adesso ampio spazio in un settore decisamente umanistico come la pittura. Come vede, la distanza che separa due campi quali arte e computer è in fondo inversamente proporzionale alla nostra stessa curiosità. Io sono uno dei tanti esempi che quest'unione sia veramente possibile."



(FINE PRIMA PARTE)
english version

domenica 19 ottobre 2014

I bassifondi del Barocco a Villa Medici (consigliata)

Come già per altre mostre a Roma, si ripete l'annosa questione del biglietto. E' certamente concepibile che si faccia la fila, non è concepibile però che non si faccia nulla per smaltirla quando questo è possibile.

Anche qui, come per l'Ara Pacis, siamo sui due minuti a coppia per un totale di trenta visitatori avanti a noi. Notiamo un solo addetto alla cassa per le operazioni 'spicciole' e uno accanto che ha il solo compito di dare la stessa identica informazione a ogni visitatore che si affaccia al banco. Non si capisce veramente perché certe informazioni non possano esser scritte lungo il percorso della fila.

POS mancante. Ergo, se non avete contanti non visiterete la mostra.


Nessuna indicazione in merito ovviamente. Il rischio sarà dunque quello di farvi mezz'ora di fila per sentirvi dire che l'avete fatta inutilmente. Disorganizzazione allo stato puro.

Al costo del biglietto potrete visitare anche i giardini di Villa Medici, un'ora e mezza di percorso con la guida, per un massimo di 25 persone a gruppo. Le guide sono più d'una. I giardini meritano, anche per l'ampia vista che si ha sulla città.


L'ingresso della mostra del Barocco non è dei più belli. A introdurci nella prima sala saranno delle fettucce da macelleria in pieno contrasto con le tende in velluto antistanti. Vogliamo pensare che fosse una sottile metafora per sottolineare il passaggio dai piani alti ai bassifondi della mostra.



La luce delle sale è davvero buona, quasi perfetta, ad eccezione di quella per i quadri più grandi. I pannelli bianchissimi messi ad hoc per i dipinti sono molto eleganti e in linea con l'illuminazione. Peccato che non sia stata fatta una didascalia di massima per ciascun quadro, in fondo non sono molti. Ci si deve accontentare di fare avanti e indietro con un unico pannello per sala. Ma se avete una buona memoria vi ricorderete tutto, piantina delle sale compresa.

Gli allarmi di movimento sono tarati male, ogni quindici secondi ce n'è uno che suona. Anche la guida sembra non accorgersene mentre parla, facendolo suonare in continuazione. Va bene proteggere i quadri, ma non va bene farlo a scapito di un mal di testa.

I primi quadri sono davvero belli, la mostra promette bene ed è subito forte l'ingresso nel '600.  

Si parte con Pierre Prebiette e Bartolomeo Manfredi passando per alcuni allievi della sua scuola. Il maestro Manfredi non ha mai firmato i suoi quadri e tanta era la sua bravura che ha portato a confonderli persino con degli originali di Caravaggio. L'elemento dominante è Bacco il cui quadro oggettivamente più bello è 'Bacco e un bevitore', proveniente da Palazzo Barberini.

Nella stessa sala il nudo di Giovanni Lanfranco.


Godibili sono i 'Giocatori' di Leonaert Bramer e il 'Banchetto di Baldassarre', così come 'i bari' del Paolino. Pietro Paolini, pittore toscano, fondò nella sua Lucca la propria scuola dopo aver studiato sia a Venezia che a Roma. Altri suoi quadri sono custoditi a Palazzo Orsetti e Villa Guinigi.



Degni di nota sono 'Il mendicante' dello spagnolo Jusepe de Ribera, quadro proveniente dalla Galleria Borghese e 'La suonatrice di chitarra', del francese Simon Vouet.

           
                             
Se il Barocco incontra la pittura fiamminga, non può che nascere il bravissimo Michael Sweerts. Tra i suoi quadri scelti per l'esposizione, 'Il pellegrino in sosta' e 'L'anziana che fila', direttamente dalla Pinacoteca Capitolina.

Un paio di quadri che ci riportano poi nella Roma del '600 sono 'Il Carnevale' di Jan Miel (Palazzo Barberini), sullo sfondo di Piazza Colonna e la scena di prostituzione sotto al Pincio di Claude Gellée (National Gallery). In questo dipinto la luminosa chiesa della Trinità dei Monti fa da contrasto alla parte bassa del quadro, dove la selva di quella che adesso è Piazza del Popolo, sembra far calare il buio sulla ragione dell'uomo gettandolo nella perdizione.



In fondo la Roma del tempo, non era poi così lontana dalla Roma di oggi, quando orinare sulle rovine della città era normale tanto quanto adesso; si veda il quadro di Cornelis van Poelenburgh, 'Giovane che orina' (Palazzo Chigi).

La volgarità di allora sarebbe stata attuale anche con il 'gesto della fica', gesto che era usato all'epoca come insulto.

Altri due quadri che ci lasciano entrare nell'atmosfera dell'epoca sono 'Festa e rissa nei pressi dell’Ambasciata di Spagna a Roma' di Jean Both e 'Bentvueghels in un'osteria romana' di Roeland van Laer, quadro proveniente da Palazzo Braschi (Museo di Roma).

Di Bartolomeo Cavarozzi, altro bravissimo caravaggista, è esposto il famoso 'lamento di Aminta' (Dolor, che sì mi crucii, ché non m'uccidi omai? tu sei pur lento!)



Infine ricordiamo Nicolas Régnier con i suoi 'Giocatori di dadi e un'indovina', e soprattuto 'Lo Scherzo', dal Museo Nazionale di Stoccolma.

Qui lo spettatore sembra diventare finalmente parte della scena.


martedì 14 ottobre 2014

Henri Cartier-Bresson a Roma (sconsigliata)

Molto deludente questa mostra di Henri Cartier-Bresson, considerato uno dei più grandi fotografi del secolo scorso. Delusione che comincia subito alle biglietterie dell'Ara Pacis. Molto scarso infatti è stato lo smaltimento della fila presso il ticket office del piano superiore, ci si aggira sui due minuti a biglietto e dunque sette persone in fila vi faranno attendere quindici minuti circa (sempre che non finisca la carta del POS). Senza considerare che alla stessa fila si mescoleranno quelli che vorranno semplicemente acquistare dal book shop antistante o entrare al museo del comune di Roma (quello dedicato all'Ara Pacis). In alternativa si può usufruire della biglietteria del piano inferiore, dove risiede la mostra, ma il numero di persone in fila è due volte tanto.

Questo tipo di organizzazione, in una città importante come Roma, per una mostra pubblicizzata da sei mesi, non è accettabile. 

Tornando allo spazio espositivo della mostra, l'ambiente è piuttosto ben pensato, vetrine espositive con vecchie riviste d'epoca, documenti di lavoro, una parete intera con degli autoritratti in carboncino e un'altra con dei film sulla guerra civile spagnola. Anche gli ambienti sono pensati bene, scorrendo i vari periodi dell'artista. Si va dagli inizi della sua attività fotografica, al periodo parigino, dalle foto di guerra a quelle della resistenza, dalle ambientazioni africane a quelle cinesi o indiane. 

L'arte fotografica del bianco e nero sembra insomma passare in secondo piano rispetto alla mera presenza del fotografo in luoghi ed eventi che hanno segnato la storia. E per noi l'arte non può essere mera presenza, ma capacità di vedere cose che altri non vedono, capacità di raccontarle. Questa capacità spicca soltanto in una dozzina di foto o poco più. 

Per ultimo, deludente è stato anche il formato delle foto, eccessivamente piccolo, dentro quadri eccessivamente grandi. Va bene come scelta una tantum, ma qui crediamo sia stato fatto un uso esagerato.