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sabato 31 ottobre 2015

Margin Call - Una cagata pazzesca

Margin Call, 2011 - photo via Imdb.com


Se volete farvi un regalo optate per la corazzata Potëmkin e la serata vi andrà meglio. Altrimenti dovrete confrontarvi con la più banale opera cinematografica che Manhatthan abbia mai conosciuto.
Dalle commedie, ai legal drama, agli action movies. Nessuno è mai riuscito in questa missione. Questo è un film che dovrebbero farlo vedere prima de La Storia Infinita perché qui ci troviamo veramente di fronte al NULLA di Michael Ende.

E per mettere insieme una storia così banale hanno chiamato niente meno che Jeremy Irons, Demi Moore e Kevin Spacey dicendogli qualcosa del tipo: "Ok, sapete recitare. Ma sapete farlo senza sceneggiatura?" Sarà stato un esperimento didattico, chi può dirlo. Ma la risposta è tutta in questo film. Difficilmente si sarebbe potuto fare di peggio, perché difficilmente quello che vediamo all'inizio è la stessa cosa che il regista ripropone per tutto il film. Eppure qui succede, col risultato che diventa peggio di un film senza senso. Sceneggiature lasciate a metà (tra cui ovviamente anche la fine) e trama che quando potrebbe cominciare a svilupparsi viene invece inspiegabilmente interrotta. Vogliamo credere che il leit motif sia sempre quello; "dall'inizio alla fine la stessa solfa". Personaggi il cui carattere non viene gestito, le cui battute sembrano scritte ma non dette, un Kevin Spacey che fa di tutto per non pensare "oddio, ma questi mi pagano pure?" e una Demi Moore che sembra chiedergli "ma veramente devo dire soltanto questo?"


LA TRAMA
La storia parla di una società di trading in cui improvvisamente uno dei broker scopre una falla nell'algoritmo; vale a dire l'impossibilità di vendere a un valore superiore quanto acquistato in precedenza dalla sua stessa società (e chiaramente anche da lui). Insomma il mestiere del trader con un "problemuccio" da risolvere. 

Purtroppo per voi però, è finita qua.

Per tutto il film non si assisterà ad altro che al cazziatone di Jeremy Irons, il boss dei boss e alla svendita delle azioni/mutui incriminati:

"Spiegamelo come se lo dovessi spiegare a un golden retriever" Praticamente si è dato del cane da solo e continua nella sua esaltazione di homo sapiens: 

"Se sono qua (n.d.r. se sono il capo dei capi dei capi) non è grazie al mio cervello." ...e così via


Perciò, dopo la riunione di emergenza fatta a seguito di questa scoperta, tutto verrà liquidato il più in fretta possibile. E fine della storia. Nessun inghippo, nessun doppio gioco, nessun omicidio, suicidio, tentativo di furto, nessuna azione legale, nessuna scalata, nessun colpo di scena. Si obietterà, ma è così che è andata nel 2008! 

No, credere che sia andata così è un insulto all'intelligenza.

E non posso concludere senza menzionare l'unico barlume di regia degno di nota (forse qualcuno ha approfittato dell'assenza del regista) quale il dolore di Kevin Spacey di fronte alla morte del suo cane piuttosto che di fronte all'immenso crack finanziario che il film ha la pretesa di raccontarci. 



martedì 27 ottobre 2015

WALKING DEAD in 45 minuti

ATTENZIONE, SPOILER 
non leggere senza aver visto le prime tre puntate della sesta stagione


Cominciamo col dire che la sesta stagione ha un plot davvero ben fatto. Come nel resto della serie, le puntate non lasciano a bocca asciutta, ma la vera differenza è che tutto è in ballo da tre puntate e certamente lo sarà anche per la quarta.

Il crescendo ha inizio col dettaglio culinario di Carol, un timer settato sui 45 minuti. Ed è quello più o meno il tempo durante il quale vivremo il clou di quest'inizio di stagione. I veri walkers non sono i morti che tornano, ma i vivi che rimangono e la serie non si stancherà mai di farlo presente anzi, è il vero filone narrativo. Le scene degli zombie sono ormai diventate inutili, un corollario, non fanno paura nemmeno se ci credessimo. Un walker che uccide un vivente o una mandria di walkers che avanza verso i nostri, è ormai più che una routine, è la lenta agonia che dobbiamo sorbirci pur di seguire la sceneggiatura (la sopravvivenza dell'uomo in uno scenario post apocalittico), dove ci rendiamo finalmente conto delle basi della nostra stessa società, sopite in noi perché mai veramente conosciute.

A questo proposito è lampante il dialogo tra Rick e Deanna su come si risolvono i problemi. Da una parte la scelta apparentemente drastica di lui e da un lato la scelta apparentemente civile di lei. Lui è mosso da una conoscenza 'superiore', ha vissuto fuori in mezzo ai walkers e Michonne lo ricorda ad Heath durante la terza puntata

"Hai mai ucciso delle persone perché avevano già ucciso i tuoi amici?"
"Hai mai fatto delle cose che poi ti hanno fatto avere paura di te stesso?"
"Sei mai stato coperto da così tanto sangue che non sapevi se fosse tuo, dei walkers o dei tuoi amici?"

ma soprattutto

"Rick ha detto quello che ha detto perché a volte non si ha una scelta"

ed è di scelte che per molto tempo ci ha parlato Walking Dead, ricordiamo soltanto la principale: "aiutare e perder tempo o fuggire e risparmiare tempo?" basti pensare a quanti personaggi nell'arco delle prime cinque stagioni si sono trovati ad optare per la seconda e hanno dovuto fare poi i conti la stessa. Allora, che cosa scegliere? Certamente chi sceglie di sopravvivere per puro egoismo soccomberà, soprattutto se lo fa mettendo di proposito o gratuitamente i propri amici in difficoltà.



Dal canto suo Deanna invece gioca ancora a fare il politico in un teatro (la cittadina di Alexandria) che non li proteggerà a lungo. La civiltà sulla quale poggiano le sue scelte non può prescindere da una realtà che adesso non esiste più. E questo non riuscirà a capirlo fino a quando non le morirà il marito.

Ma torniamo al dolcetto che Carol ha messo in forno, sarà pronto quando tutto sarà finito e questo è un dettaglio cinematografico degno del grande schermo. Walking Dead parla di zombie e questi abbiamo capito non essere più i morti viventi quanto piuttosto gli uomini, capaci di uccidersi l'un l'altro pur di sopravvivere, capaci di impazzire e di uccidere gratuitamente, senza alcun motivo. Siamo in un aftermath epidemico, le regole della società civile sono tornate quelle dei primi uomini e le circostanze non permettono più di trastullarsi con le soporifere amenità che la civilizzazione ci ha dato. Lo vediamo infatti con Rick, che dopo aver fatto a pugni con Pete, rimane per l'ennesima volta attonito di fronte alle "serene" attività dei cittadini di Alexandria, come se non fosse mai successo niente. La tanto decantata Sostenibilità di questa cittadina, sponsorizzata dai cartelloni pubblicitari lungo la strada, diventa ormai "insostenibile" per Rick. Pete è infatti il violento che la nostra società può permettersi di avere e che anche Alexandria è disposta a tenersi. Ma non c'è più spazio per la Sostenibilità, non c'è più spazio per gente come Pete, ci sono cose che hanno la precedenza e Rick lo ha sempre saputo, Carol lo ha sempre saputo, così come pure Michonne e Daryl.

D'accordo ci hanno provato, hanno ripreso fiato. Ma Carol con le pistole è ormai più svelta di Clint Eastwood (non dimentichiamoci il suo poncho a Terminus) ed è più spietata di Rambo, tuttavia adesso fa biscotti per il vicinato. Rick si è persino rimesso la giacca da sceriffo con tanto di cravatta ben allacciata. Se questo non vuol dire crederci.

Ma è la coscienza a guidare il gruppo e tutti loro lo sanno.
Persino Carl lo dice al padre come in un dialogo con sé stesso: "loro sono deboli"

Tant'è che Deanna è brava a fare il leader con i problemi della vecchia società. Quando però spuntano i problemi di quelli nuova, ormai primordiale, la realtà dei fatti (la brutale e improvvisa uccisione del marito) minerà la sua leadership e la ridurrà a un breve passaggio di consegne per Rick...

"fallo" (vendica mio marito, ora, con tanti saluti alla civiltà)

e questo decreta il vero 'confine' della cittadina, il definitivo punto di rottura di Alexandria; non c'è spazio per l'indulgenza quando già il mondo (apocalittico) non ti darà una seconda possibilità.

Da lì a poco, durante il tempo di un dolcetto, l'assalto (in)umano ad Alexandria è il più vero degli attacchi dei 'walkers', walkers che sono tutto fuorché zombie. La comunità viene abbattuta come un essere vivente inerme, ingenuo e solo temporaneamente fortunato.

Fortuna che non accompagnerà nemmeno Glenn che ci lascia durante la terza puntata, ma sia la sua morte sia l'intera puntata sono già tornati ad un livello più standard per i ritmi della prima e seconda puntata.

E infatti si parla di zombie, quelli morti.





giovedì 15 ottobre 2015

I 25 migliori ristoranti d'Europa

Sono usciti oggi i risultati di Trip Advisor sui migliori ristoranti d'Europa.

Da notare che tra i primi dieci ce ne sono ben tre inglesi e su un totale di venticinque non c'è nessun ristorante italiano. Tre si trovano a Copenaghen (5°, 12°, 22° posto), sei in  Francia (2°, 6°, 8°, 15°, 17°, 21°) e cinque in Spagna (1°, 9°, 11°, 18°, 20°). Al diciannovesimo posto the ARTIST, un ristorante di Bucharest, in Romania. Al tredicesimo troviamo invece l'ellenico Funky Gourmet di Atene.

  1. Martin Berasategui - ES
  2. Maison Lameloise - FR
  3. Adam's - UK
  4. Restaurant Sat Bains - UK
  5. Geranium - DK
  6. PIC - FR 
  7. Le Manoir Aux Quat' Saisons - UK
  8. Epicure - FR
  9. El Celler de Can Roca - ES 
  10. HanTing Restaurant - NL
  11. El Club Allard - ES
  12. Noma - DK
  13. Funky Gourmet - GR
  14. L'Enclume - UK
  15. Christopher Coutanceau - FR
  16. Midsummer House - UK
  17. L'Auberge de l'Ill - FR 
  18. Arzak - ES
  19. the ARTIST - RO
  20. ABaC Restaurant - ES
  21. Restaurant Mariette - FR
  22. Kokkeriet - DK
  23. Restaurant Johannes - NL
  24. Hos Thea - NO
  25. Belcanto - PO


Insomma, vince il ristorante spagnolo di Martin Berasategui, esperto di quelle che sembrano....schiume

foto by Marinez (tripadvisor)

foto by Martin Berasategui



foto by monacofranke1 (tripadvisor)



Trip Advisor pubblica anche la lista dei migliori 25 ristoranti al mondo e nemmeno qua, troviamo un ristorante italiano. Sostanzialmente, una lista europea con qualche integrazione, come il TRB di Pechino o il Table 9 di Dubai.

domenica 23 novembre 2014

Il Pret a Manger di Roma

Se siete stati a Londra di recente, avrete certamente conosciuto Pret a Manger, il fast food di successo inglese che vanta ormai 155 punti vendita nel Regno Unito, di cui 118 solo a Londra e 19 a New York. La buona riuscita del marchio sta nel presentare un prodotto fast food di qualità e con ingredienti naturali, tanto che i tramezzini sono conservati nel cartone invece che nella plastica per sottolineare quanto gli alimenti siano freschi e i panini preparati giornalmente. L'invenduto giornaliero viene poi dato in benificienza ai senza tetto.

Nonostante Pret a Manger non preveda di aprire per il momento in Italia, esiste un locale che non vi farà rimpiangere la famosa catena inglese. Siamo a Piazza di Pietra 62, nel cuore di Roma.


photo via aT Restaurant

photo via The Telegraph
Esternamente non ha un brand visibile come quello di Pret a Manger, ma guardando meglio abbiamo capito subito che fosse qualcosa di interessante.

L'ambiente è rilassante, con un bancone centrale spazioso e altri due negli angoli opposti.

A differenza dei normali fast food, potete pagare tranquillamente dopo aver mangiato, il che vi fa subito capire quanto l'aggettivo fast dipenda soltanto da voi.

photo via aT Restaurant
photo via aT Restaurant





centrifuga a base di carote e finocchio

C'è davvero quell'attenzione al cliente, oltre che al cibo, che troppo spesso manca. Il servizio al tavolo, se necessario, non dovrete di certo pagarlo e in aggiunta, su ciascun bancone troverete un flacone di Amuchina che non abbiamo ancora visto altrove.



Il menu si trova sulla destra, subito dopo la macchina per il caffé, rigorosamente scritto su lavagna.
Il ristorante offre una buona varietà di centrifughe. Sono sei e si va dalla centrifuga di ananas, arancia, carota e zenzero, fino a quella di spinaci, cetriolo, citronella, limone e mela.

Noi abbiamo provato una via di mezzo con mela, carote, finocchio e sedano. Davvero ottima.


Non potevamo peraltro non assaggiare i famosi tramezzini in stile inglese e così, per rimanere in tema abbiamo optato per un cartone di tramezzini al roast beef.

Ingredienti sani, nessuna salsa e pane leggerissimo.

All'aT Restaurant oltre ai panini, troverete pizza, quiche lorraine, torte salate ripiene e crema di carote, di lenticchie, di funghi o di broccoli e zibibbo.

Non mancano frutta, yogurt e milkshake.

Noi abbiamo assaggiato una fetta di torta con scarola e olive, buona e leggera anche questa.





Molto carino l'angolo dei dolci per una merenda o una colazione e nonostante fosse quasi sera, abbiamo potuto provare un croissant ai semi di lino buonissimo. Il caffé a questo punto era d'obbligo.





Insomma, se volete mangiar bene e vi trovate a Via del Corso o nei pressi del Pantheon, l'aT Restaurant è da provare almeno una volta, soprattutto se passate per Piazza di Pietra.

Ma la nota più sorprendente del locale è la gestione, moderna, newyorchese, rispettosa del cliente. Quando abbiamo sentito il gestore confermare le nostre impressioni di un piccolo Pret a Manger nel cuore di Roma, ci è parso un manager di lunghe vedute in un mercato non certo facile per il cibo, come quello italiano. La ricerca del buono, in tutti i sensi, non può che essere premiata giudicando di persona una delle migliori novità nel campo della ristorazione romana.

photo via aT Restaurant
photo via aT Restaurant
photo via aT Restaurant

photo via aT Restaurant

photo via aT Restaurant

photo via aT Restaurant

photo via aT Restaurant

photo via aT Restaurant

photo via aT Restaurant

Da Le Sorelle, qualità e accoglienza

A due passi da Piazza di Spagna, in un vicoletto che porta il nome di Via Belsiana, potrete assaggiare i buonissimi piatti di mamma Luciana e de Le Sorelle, ristorante incantevole e gestito con passione.



L'ambiente è raccolto, caldo, grazie anche all'illuminazione che da su tutte le pareti. L'atmosfera risulta decisamente confortevole con della musica di sottofondo e un design del locale accogliente. Le sorelle Talacci sono discrete se serve, ma di compagnia diversamente.

Il menu cambia ogni sei mesi. Quello di Novembre presenta zuppe, hamburger, funghi porcini, uova al tartufo, antipasti, primi, pesce e insalate di pollo. Noi abbiamo provato i ravioli ripieni di coniglio e tacchino con burro alle erbe e mandorle.



Per secondo degli involtini di pesce spatola con lardo di colonnata e zucchine con insalatina di noci e uvetta accompagnati con delle patate saltate.




Il pane è alle olive e viene servito insieme a della pizza bianca. Non mancano gli ottimi vini di una cantina decisamente vasta e una buona selezione di dolci. Insomma, qualità e cura dei particolari, dalla presentazione dei piatti fino alle decorazioni sui tavoli.

Consigliato per una cena romantica.


lunedì 10 novembre 2014

A falafel Sunday




L'attesa è valsa le pena. Cinque ottimi falafel a portar via per 4,5 euro.
E non si può prescindere dalla salsa che li accompagna. Certo se il Ghetto fosse anche libero dalle auto non potrebbe che essere un valore aggiunto. E invece i tavolini dei ristoranti sono a ridosso delle auto parcheggiate che non fanno certo atmosfera. Il passaggio poi abbastanza frequente delle macchine non aiuta e su Via del Portico d'Ottavia non sono poche quelle che cercano un posto.

Questa sarebbe la via senz'auto.



Uno spettacolo che non nulla avrebbe a che invidiare ad altre città d'Europa.

Nell'attesa, godiamoci il panorama.

Ponte Palatino 

  Via Arenula

Piazza Colonna

Piazza Colonna

sabato 8 novembre 2014

House of Cards, il limite è politica

Matteo Renzi non ha mai nascosto il suo interesse per la serie televisiva House of Cards, consigliando anzi il suo staff di prenderlo come un modello, un manuale d'istruzioni. Al che gli ha risposto direttamente Michael Dobbs, l'autore del romanzo, o almeno così dice d'aver fatto. Ha detto d'aver mandato una nota al nostro Presidente del Consiglio, qualcosa del tipo "Pierino, torna a letto, questa è roba per grandi"  "ma io sono grande!!" "non abbastanza da capire cosa sia finzione e cosa no"

Insomma, la voglia di dire al mondo quanto ci capisca di politica Matteo è stata beffata due volte. Una volta quando quel mondo non aveva voglia di sentire un ragazzino che voleva giocare a fare lo statista e un'altra volta quando un politico di professione come lo stesso Dobbs non sembrava capace di stare al gioco del ragazzino rispondendogli in maniera decisamente troppo adulta. Proprio lui che di giochi e finzione dovrebbe intendersene.  

"Ma il protagonista Frank Underwood è molto cinico, io non sono così" ha detto Renzi. "Credo piuttosto che il potere sia la capacità di caricarsi delle responsabilità degli altri.

Ed è qui che ho capito quanto Renzi avesse compreso poco o niente del telefilm, più o meno come Obama quando ha affermato di volere un Frank Underwood nella sua squadra di governo, perché "...sarebbe bello vedere approvate le cose così in fretta!"

Insomma, dire di prendere a modello House of Cards ci può stare, è politica e Renzi è un politico, o almeno vorrebbe esserlo. Ma far intendere poi che non si è capito nulla del romanzo, è come affermare che non si è capito nulla di politica.

Eppure Kevin Spacey nelle sue fluide interruzioni alla scena, rivolgendosi direttamente allo spettatore, deve averlo fatto capire più di una volta cosa sia il potere. Nella penultima puntata della seconda stagione dice anche chiaramente cosa sia questa politica, per chi magari come il nostro Presidente del Consiglio fosse rimasto indietro.

"E' il limite." Fa Spacey. Il limite oltre il quale ci si ritrova nel tradimento e prima del quale non succede niente di niente. Una sottile quanto invisibile linea che solo pochi conoscono e osano avvicinare per ottenere il loro scopo. E lo scopo, Frank Underwood è abituato a ottenerlo, con pazienza ed esperienza, proprio come ricorda metaforicamente quando  il deputato della California Jackie Sharp si appoggia involontariamente al suo modello della guerra di secessione. 

"Oh fa attenzione!" Dice Frank accanto alla sua onnipresente moglie. "E' molto delicato."
"Che cos'è?" Chiede il deputato Sharp.
"Una cosa su cui sto lavorando da molto tempo."

E sappiamo tutti su cosa stia lavorando Frank con la complicità del suo assistente Stamper e della moglie Claire.

"Ed è quasi finito...." In un dialogo che raggiunge il massimo apice della metafora.



House of Cards ha dei colpi di scena plateali, non molti per la verità, ed altri invece più frequenti, ma su argomenti prettamente politici. A Dobbs gli si deve dar atto di aver creato dialoghi per nulla scontati e una serie infinita di piccoli e grandi ricatti, contropiedi e doppi giochi che hanno avuto il merito di tenere in piedi la serie rendendola verosimile. C'è da dire però che in alcune puntate si va troppo per le lunghe con tecnicismi che nello spettatore non avvezzo possono risultare inutili e ridondanti per la storia. Ecco infatti che la seconda stagione comincia col massimo colpo di scena per poi sonnecchiare almeno cinque o sei puntate. Giusto in tempo per mettere in campo un'altra giornalista e far svegliare lo spettatore con un bel punto della situazione. 

E c'è del buon giornalismo nella serie, soprattutto nella prima stagione e nel finale della seconda. Forse frettoloso e poco probabile quando Zoe Barnes scrive i suoi pezzi in due minuti scarsi dal cellulare e camminando. Ma concediamo agli autori il messaggio; l'editoria è cambiata e sta cambiando. L'informazione è altro e le redazioni come quelle dello Slugline somigliano sempre più agli uffici di Google. Non per nulla Zoe Barnes è stata licenziata dal vecchio e classico giornale americano trovando posto nella nuova redazione dello Slugline.



House of Cards è la tela che tesse giorno dopo giorno uno Spacey sempre più simile a Gene Hackman, col solo fine di raggiungere il massimo del potere. Frank Underwood ha infatti subito il torto di non essere stato nominato Segretario di Stato come avevano pianificato con lo staff del Presidente Walker e lo stesso Walker glielo manda a dire tramite il suo capo di gabinetto. 

Errore imperdonabile.

E dopo una notte intera passata alla finestra del suo lussuoso appartamento fumando sigarette, Frank torna a lavoro col "sorriso" tra i denti e con un piano ambizioso da portare a termine. E' lui il capo e se la carta non lo dice ancora, lo sarà presto.

Apprezzabili infine anche i tanti piccoli dettagli, come quello della finestra di casa Underwood che da sul muro della casa di fronte, giusto a dire quanto Frank e sua moglie avessero poco interesse per le cose materiali quanto piuttosto per il potere. 

"Ci sono quelli che accumulano soldi e quelli che accumulano potere"

E per avere potere bisogna camminare sul limite, il limite di cosa poi, è soltanto un dettaglio.


english version

domenica 2 novembre 2014

Il Bulldog Inn cambia pelle

Una volta era un pub dove la birra scorreva a fiumi. Lo stile era irlandese e forse leggermente riadattato alle esigenze di casa nostra. Allora per pranzo si poteva ordinare un hot dog con senape o una pizza margherita, un cheeseburger oppure una gricia e un supplì. E c'era anche la St.Benoit per i più sofisticati. Col tempo però la clientela è andata scemando e nonostante fosse posizionato, e lo è tuttora, su corso Vittorio Emanuele, proprio nella Piazza di S.Andrea della Valle, non era difficile vederlo vuoto quando altri pub irlandesi nelle vicinanze andavano a pieno regime già dalle diciotto, basti pensare all'Abbey Theatre

Il Bull Dog Inn sembrava voler essere tutto e niente, un discopub dove a inizio millennio il sabato sera si faticava a stare in piedi, o un lounge bar dove l'aperitivo stentava a decollare. C'era, ma non si sapeva, anche se faceva un Bloody Mary leggendario. Da fuori non sembrava nemmeno si trattasse di un pub, o di un cocktail bar, per non parlare delle luci decisamente troppo natalizie e dozzinali per un locale situato su corso Vittorio.


Bulldog Inn, 2013

Bulldog Inn, 2013


C'è da dire che era tutto buono, dalla gricia alla pizza, dalla focaccia all'hot dog, fino all'incredibile supplì. Insomma un pub di qualità, ma sornione, almeno di giorno.

Tuttavia i tempi cambiano e non invecchiare significa non stare al passo coi tempi, rimanere immobili. 
Con piacere dunque, abbiamo notato che il vento del cambiamento è arrivato anche qui. Certo, un cambiamento quasi radicale, ma la vecchia anima del Bulldog è ancora nell'aria e se si guarda agli alti soffitti i ricordi sono dietro l'angolo.



Abbiamo provato il buffet del pranzo, per dodici euro. Certamente concorrenziale nella zona, ma senza piatti caldi. Tuttavia, compreso nel prezzo, si ha diritto a un primo a scelta (caldo) tra cacio e pepe o puttanesca.

Abbiamo optato per il cacio e pepe. Ottima la pasta e piatto servito al dente.



Nel frattempo ci siamo serviti al buffet, abbondantemente vegetariano.





E da bere un'ottima spremuta d'arancia e dell'acqua leggermente frizzante, non comprese nel prezzo.




L'arredamento è curato. Il colore è virato dal marrone scuro del Bulldog al bianco del nuovo locale. Sedie in legno, ma comode. Servizio cortese e immediato. Nonostante il bianco, la luce è rimasta quella di un tempo. Vi consigliamo i posti più luminosi nell'angolo tra Piazza Sant'Andrea e corso Vittorio, specialmente i due che affacciano sulla strada.

Con nostro gradimento siamo passati al dolce. Due tipi di torte, una crostata, biscotti e macedonia.
Tutto ottimo, ma la crostata di albicocche ha decisamente trionfato su tutto.




 Benvenuti al Buddy Restaurant Café